Approfondimento Venezuela

Dicembre 2020: voto legislativo e “Consulta Popular”

Il 6 dicembre 2020 si sono svolte in Venezuela le elezioni per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale (277 seggi), principale organo legislativo del Paese, controllato dal 2015 dalle forze di opposizione al governo di Nicolás Maduro. Secondo il bollettino ufficiale pubblicato dal Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), la coalizione di partiti che sostiene il Presidente Maduro (“Gran Polo Patriótico”, GPPSB) avrebbe ottenuto la maggioranza dei voti con il 68,43% delle preferenze, seguita da “Alianza Democratica” (AD, 17,51%) – coalizione degli oppositori “dissidenti” che non riconoscono la leadership di Juan Guaidó. La coalizione di governo avrebbe in questo modo conquistato 253 seggi – corrispondenti a circa il 92% della rappresentanza parlamentare – a fronte dei 18 seggi vinti da AD.

Figura 1. Composizione nuova Assemblea Nazionale
Figura 1. Composizione nuova Assemblea Nazionale

L’affluenza alle urne è stata pari al 30,1%, in netto calo rispetto alle competizioni elettorali precedenti (74,17% nel 2015; 66,45% nel 2010). Tale dato, su cui hanno certamente influito il contesto pandemico e la difficoltà nei trasporti dovuto alla carenza di carburante, è stato in buona misura causato dall’azione di boicottaggio elettorale intrapreso dalla coalizione “Mesa de Unidad Democratica” (MUD) guidata da Guaidó, che ha invitato i propri elettori a non partecipare al voto per la mancanza di garanzie democratiche. Se da una parte Maduro ha celebrato ufficialmente la costituzione della nuova Assemblea Nazionale – la quale si insedierà il 5 gennaio 2021 e svolgerà le funzioni legislative nel Paese fino al 2025 –, dall’altra decine di Paesi non hanno riconosciuto i risultati del voto, proprio in ragione del mancato rispetto degli standard minimi democratici, oltre che dello scarso livello di inclusione e trasparenza. Tra i Paesi che hanno da subito rifiutato la nuova struttura del potere legislativo venezuelano risultano gli Stati Uniti, il Canada, gli Stati dell’Unione Europea, nonché i membri dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA). Tra i Paesi che, ad ora, hanno invece riconosciuto i risultati delle elezioni vi sono Cina, Russia e Iran, oltre a Cuba e Nicaragua.

Figura 2. Annuncio di Maduro a seguito del voto
Figura 2. Annuncio di Maduro a seguito del voto

Se in un primo momento una parte delle opposizioni vicine a Guaidó – tra cui influenti figure politiche quali Henrique Capriles (Primero Justicia) – aveva manifestato la volontà di partecipare alle elezioni legislative se fossero stati garantiti i requisiti minimi democratici, la MUD (con l’eccezione del partito Acción Democrática) ha infine sostenuto un’azione di boicottaggio, promuovendo, tra il 7 e il 12 dicembre, una consultazione popolare alternativa dal carattere non vincolante (con la possibilità di esprimere la propria preferenza di persona o tramite la piattaforma “Voatz”).

Figura 3. Quesiti previsti dalla Consulta Popolare
Figura 3. Quesiti previsti dalla Consulta Popolare

Secondo i dati forniti dal comitato organizzatore, la partecipazione a tale consultazione sarebbe stata pari al 27,9% degli aventi diritto, dato leggermente inferiore a quello delle elezioni legislative del 6 dicembre. Sebbene le opposizioni abbiano denunciato la perdita di sostegno popolare da parte di Maduro, i dati evidenziano una analoga erosione dei consensi nei confronti di Guaidó, il quale avrebbe ottenuto complessivamente 1.933.758 voti in meno rispetto al 2015.

Figura 4. Annuncio di Guaidó a seguito del voto
Figura 4. Annuncio di Guaidó a seguito del voto

Complessivamente, il 42% degli aventi diritto non ha preso parte ad alcuna consultazione popolare. L’alto tasso di astensione, preannunciato sui social network dalla diffusa chiamata alla non partecipazione (#NiEleccionesNiConsulta), mostra un generale rifiuto della contrapposizione tra Maduro e Guaidó e sembrerebbe suggerire la necessità per le opposizioni di individuare nuovi leader politici che possano più efficacemente rappresentare le istanze democratiche da essi promosse.

L’importanza del voto del 6 dicembre risiede tuttavia nelle più ampie conseguenze che questo avrà sulla strategia politica delle forze di opposizione. Il riconoscimento di Guaidó come Presidente ad interim da parte della comunità internazionale (2019) traeva, infatti, la propria legittimità costituzionale proprio dal suo ruolo di leader dell’Assemblea Nazionale. Secondo la Costituzione venezuelana (art. 233), il Presidente dell’Assemblea può porsi a capo del governo in fase transitoria nel caso in cui decada il Presidente eletto o in mancanza di valide elezioni, in un contesto in cui le opposizioni considerano l’elezione di Maduro (2018) illegittima poiché viziata da irregolarità. L’Assemblea configurata dal voto del 6 dicembre, che non vede più la coalizione guidata da Guaidó (MUD) come forza maggioritaria, renderà dunque difficile per l’attuale Presidente ad interim una legittimazione costituzionale del suo ruolo. Sebbene le opposizioni sostengano che il mandato di Guaidó non decada dal momento che le elezioni legislative sarebbero da considerarsi illegittime, le forze antagoniste a Maduro dovranno verosimilmente optare per una strategia antigovernativa alternativa a quella finora intrapresa, su cui influirà in maniera sostanziale la posizione della nuova amministrazione statunitense guidata da Joe Biden.

I momenti chiave della crisi politica venezuelana:

  • Aprile 2013: Nicolás Maduro, leader del Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV), diventa Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela succedendo a Hugo Chávez Frias.
  • Dicembre 2015: vittoria della coalizione d’opposizione MUD alle elezioni legislative.
  • Luglio 2017: Maduro istituisce una Assemblea Costituente al fine di bilanciare l’Assemblea Nazionale, in mano all’opposizione.
  • Maggio 2018: Maduro viene riconfermato Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.
  • Gennaio 2019: Guaidó, Presidente dell’Assemblea Nazionale, si autoproclama Presidente ad interim.
  • Gennaio 2020: Luis Parra viene individuato come nuovo Presidente dell’Assemblea Nazionale. A sua volta, Guaidó viene confermato Presidente dell’Assemblea Nazionale in una sessione parallela.
  • Dicembre 2020: La coalizione vicina a Maduro (GPPSB) vince le elezioni legislative e ottiene nuovamente la maggioranza in Assemblea Nazionale. Maduro scioglie l’Assemblea Costituente.
  • Gennaio 2021: Insediamento della nuova Assemblea Nazionale.

 

La tua iscrizione non può essere convalidata.
La tua iscrizione è avvenuta correttamente.

Iscriviti alla nostra Newsletter per rimanere sempre aggiornato sulle ultime novità del mondo della Security

Contesto economico e il ruolo di Russia e Cina

L’economia si basa principalmente sull’estrazione e sull’esportazione di petrolio – con circa 303 miliardi di barili, il Venezuela è il Paese con le più ampie riserve al mondo – e, in misura minore, di gas naturale. L’attività di esplorazione, nonché di estrazione, raffinazione ed esportazione del petrolio è affidata alla società statale “Petróleos de Venezuela, S.A.” (PDVSA).

Figura 5. Riserve di petrolio dei membri OPEC. Fonte: OPEC
Figura 5. Riserve di petrolio dei membri OPEC. Fonte: OPEC

L’embargo statunitense sul petrolio venezuelano voluto dall’amministrazione Trump a partire dal 2019, insieme alle sanzioni introdotte contro le navi cisterna che commerciano petrolio venezuelano, hanno tuttavia comportato una sostanziale riduzione della produzione, che ha toccato la cifra minima dei 400.000 barili al giorno nel 2020 (nel 2015 erano 2,65 milioni). Sebbene la Russia – e più recentemente Cuba e Iran – abbiano aiutato Caracas ad aggirare le misure statunitensi, queste ultime, insieme al calo del prezzo degli idrocarburi registrato a partire dal 2014, hanno contribuito a un grave deterioramento del quadro economico nel Paese, il cui PIL si è contratto del 18% nel 2018 e del 35% nel 2019, con previsioni del -15% per il 2020 (Fondo Monetario Internazionale).

Figura 6. Sanzioni contro l'economia venezuelana. Fonte: CSIS
Figura 6. Sanzioni contro l'economia venezuelana. Fonte: CSIS

Complici anche le politiche macroeconomiche adottate dal governo, si è assistito negli ultimi anni a un forte aumento dell’inflazione e a una sostanziale riduzione delle riserve internazionali che, secondo la Banca Centrale del Venezuela, sono passate dai 42 miliardi di dollari del 2004 ai 6,3 miliardi del 2020. Ciò ha non solo creato le basi per un’espansione monetaria su larga scala ma ha anche comportato un significativo aumento della burocrazia statale nell’economia – scoraggiando ulteriormente, tra le altre cose, gli investimenti privati – nonché la progressiva perdita di credibilità delle istituzioni pubbliche, incluse quelle deputate all’elaborazione di statistiche economiche quali l’Instituto Nacional de Estadística (INE).

In questo contesto, la difficoltà negli spostamenti per carenza di carburante, insieme a livelli di iperinflazione che secondo la Banca Centrale venezuelana avrebbero raggiunto il 9.585% nel 2019 (cifra ben al di sotto delle stime del FMI), hanno contribuito a una crescita dell’instabilità politica e sociale, ulteriormente esasperata dalle conseguenze economiche delle misure di contenimento della pandemia da covid-19 adottate dal governo di Maduro.

Benché dal punto di vista delle relazioni esterne il Venezuela risulti sempre più isolato e oggetto di sanzioni internazionali dirette principalmente contro la compagnia petrolifera statale PDVSA e le figure di spicco del regime socialista e dell’élite militare, Maduro può godere dell’appoggio di Paesi come Russia, Cina, Cuba, Nicaragua, Turchia e Iran. Di vitale importanza per la sopravvivenza del governo del leader socialista sarà in particolare il mantenimento del supporto di Cina e Russia, Paesi che controllano buona parte delle industrie strategiche venezuelane.

 

Figura 9. Supporto internazionale a Maduro
Figura 9. Supporto internazionale a Maduro

Il protagonismo di attori extraregionali come Russia e Cina è una delle manifestazioni dell’importanza strategica del Venezuela. Nel quadro di quella che è stata definita una crisi egemonica statunitense, in cui Washington non riuscirebbe più a plasmare autonomamente le strutture della governance globale, Cina e Russia vedono nel Venezuela un’ulteriore occasione per minare una leadership statunitense già traballante.

La rinnovata rivalità con gli Stati Uniti è una fondamentale chiave per interpretare l’atteggiamento russo nella crisi venezuelana. Sempre più verso oriente, l’espansione della Nato nel corso degli ultimi decenni ha generato in Russia un senso di accerchiamento di cui la crisi ucraina del 2014 è stata la conseguenza più evidente. Sul piano geopolitico è dunque auspicabile per Mosca che gli Stati Uniti continuino ad avere governi nemici in una delle proprie sfere di influenza – senza contare la posizione strategica del Venezuela che, insieme a Cuba, ne fa un fondamentale avamposto dei russi Oltreoceano.

Oltre agli interessi geopolitici, è opportuno considerare quelli prettamente economici. Con un finanziamento al Venezuela di circa 20 miliardi di dollari dal 2006, la Russia sarebbe oggi uno dei più grandi creditori di Maduro. Il legame tra Mosca e Caracas è tuttavia dovuto solo in parte ai prestiti russi, mirati a evitare un potenziale default causato dalle sanzioni economico-finanziarie decise da Trump. Altrettanto importanti sono infatti i collegamenti nel settore energetico – nel 2017 il colosso di stato Rosfnet ha di fatto preso il controllo del 49,9% della Citgo, filiale della venezuelana PDVSA negli Stati Uniti indispensabile per la raffinazione del greggio (i cui asset sono stati sequestrati dagli USA ad agosto 2018) – e in quello relativo all’industria bellica: il Venezuela rappresenta il maggior importatore di armi russe in America Latina, con contratti miliardari che spaziano dai kalashnikov ai più sofisticati sistemi di difesa antiaerea.

Da parte sua, la Cina ha prestato al regime chavista 62,2 miliardi di dollari dal 2007 al 2019, qualificandosi come il Paese con cui Caracas vanta più debiti. A questo si aggiunge il fatto che il petrolio venezuelano rimane alla base della strategia cinese di sviluppo ed espansione – dopo USA e India, Pechino è il maggior importatore di greggio. In questo quadro, è facilmente spiegabile l’atteggiamento della Cina che, se da una parte dichiara il suo sostegno a Maduro, dall’altra sostiene di voler mantenere stretti contatti con tutte le parti: nel portare avanti la sua tradizionale politica di non interferenza negli affari interni di altri Paesi, non è da escludere che la Cina – così come la Russia – possa decidere in futuro di privilegiare un approccio strategico di lungo respiro e di ritirare il supporto a Maduro, qualora il potenziale successore rassicuri Pechino sulla continuità dei suoi interessi in caso di cambio di governo.

Il ruolo dei militari e della nuova amministrazione Biden

La sopravvivenza del regime di Maduro è strettamente legata alla posizione dell’esercito, assurto al ruolo di ago della bilancia nello scontro politico in atto all’interno del Paese. Dopo alcuni casi di diserzione di militari a causa dei bassi salari e della crisi economica che affligge il Paese, l’esercito – soprattutto nei suoi ranghi più elevati – sembra ad oggi fedele al leader socialista.

Figura 10. Figure di spicco dell'élite militare venezuelana
Figura 10. Figure di spicco dell'élite militare venezuelana

Tale dinamica è dovuta principalmente alle garanzie economiche che Maduro assicura alle figure di spicco dell’esercito per far fronte alle sanzioni individuali imposte nei loro confronti dagli Stati Uniti. Gli alti ranghi della sfera militare, secondo fonti di intelligence statunitense, avrebbero infatti costantemente accesso a risorse di natura illecita, in cambio della lealtà al governo in carica. Maduro tollererebbe infatti attività quali traffico di droga, estrazione mineraria illegale e smercio di carburante operate dagli alti ufficiali, garantendosi in tal modo un incondizionato supporto politico. Ad ora, tale circostanza ha permesso esclusivamente espressioni non sostanziali di malcontento da parte dei militari di base, incapaci di portare avanti insurrezioni meglio organizzate a causa di mancanza di comunicazione e coordinamento, nonché di un adeguato armamentario. Tuttavia, un’ulteriore esasperazione della crisi economico-sociale potrebbe alterare le condizioni attuali: nuove sanzioni statunitensi sull’economia venezuelana e, in particolare, sul settore petrolifero, potrebbero infatti limitare sostanzialmente le fonti di reddito legale dell’elite militare fedele a Maduro, spingendola a riconsiderare il proprio supporto al governo. Quest’ultima ipotesi potrebbe essere ancor più concreta qualora un eventuale governo di transizione garantisse loro soddisfacenti condizioni in termini di amnistia.

In questo contesto, di cruciale importanza sarà la strategia che la nuova amministrazione Biden deciderà di adottare nei confronti del Venezuela. Ciò sembra essere confermato dallo stesso Maduro il quale, nella conferenza stampa dell’8 dicembre 2020, ha sostenuto che il Venezuela “attende che si insedi il nuovo governo di Joe Biden, sperando che si aprano nuove occasioni di comunicazione e dialogo con gli Stati Uniti”.

L’ipotesi più plausibile è che Biden non abolisca sin da subito la totalità delle sanzioni contro il Venezuela ma che proceda verso una graduale de-escalation delle ostilità lungo l’intero arco del suo mandato. Sul piano interno, secondo fonti locali le opposizioni venezuelane non escluderebbero l’ipotesi di una riconsiderazione del ruolo di Guaidó, ritenuto fallimentare e apprezzato più all’estero che all’interno dei confini venezuelani. Le stesse fonti indicherebbero le elezioni amministrative, previste per dicembre 2021, come base sulla quale costruire un fronte unitario e inclusivo che possa rappresentare le varie anime di un’opposizione tradizionalmente frammentata. Sebbene Biden non si sia espresso a tal proposito, le politiche da lui intraprese nella regione durante la vicepresidenza ricoperta nell’amministrazione Obama (2009-2017) lasciano ipotizzare il possibile gradimento di una simile soluzione elettorale, accompagnata eventualmente da una mitigazione di quelle sanzioni che – come sostenuto dall’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Michelle Bachelet (marzo 2020) – colpiscono in maniera diretta la popolazione venezuelana. Questa ipotesi appare ancor più concreta alla luce delle dichiarazioni rilasciate a novembre 2020 da Leopoldo Martinez, stratega per la campagna di Biden, secondo cui la nuova amministrazione non si proporrà di “smantellare la politica sanzionatoria, ma di applicare le sanzioni in modo intelligente, aiutati da uno sforzo multilaterale e con obiettivi specifici da raggiungere – principalmente elezioni libere, eque e credibili”.

 

La tua iscrizione non può essere convalidata.
La tua iscrizione è avvenuta correttamente.

Iscriviti alla nostra Newsletter per rimanere sempre aggiornato sulle ultime novità del mondo della Security

Condividi questo articolo
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Seguici
Ultimi articoli