India: andamento e outlook della minaccia terroristica di matrice jihadista

Negli ultimi anni, l’India ha registrato una forte riduzione del numero di attacchi terroristici di matrice jihadista (l’ultimo evento di rilievo risale, infatti, a ottobre 2013, quando un’azione del gruppo Indian Mujahideen provocò la morte di sette civili, nello stato di Bihar).

Il rafforzamento delle capacità delle agenzie di intelligence e un più efficace coordinamento tra autorità centrali e locali rappresentano solo alcuni degli elementi che contribuiscono a spiegare tale trend.

Già in passato, tuttavia, il Paese ha visto alternarsi fasi di relativa inattività delle formazioni jihadiste a periodi di forte recrudescenza, determinati da eventi di alto valore simbolico o da una riconfigurazione degli equilibri interni alla galassia jihadista in ambito regionale. L’ipotesi di un aumento della minaccia di matrice jihadista non può essere, dunque, sottovalutata, specialmente alla luce di una serie di segnali deboli che sembrano indicare un crescente attivismo dei principali gruppi operanti nel quadrante sud-asiatico. Inoltre, la crisi determinata dall’attuale pandemia da Covid-19, unitamente alle politiche adottate dall’attuale esecutivo, rischiano di esacerbare il malcontento dei settori della popolazione più esposti alla propaganda jihadista, accentuando il rischio di azioni isolate o, nel caso più grave, di attacchi coordinati di alto profilo.

La minaccia jihadista in India

La minaccia jihadista rappresenta un rischio significativo per un Paese come l’India, considerata la sua storia e l’esistenza da decenni di vari gruppi estremisti. Fu proprio nella città di Deoband, nello stato del’Uttar Pradesh, che sorse, ad esempio, la corrente religiosa Deobandi, un movimento nato come reazione alla colonizzazione britannica e che molti anni dopo divenne fonte d’ispirazione per le idee dei Talebani. Tra i principali rischi per la sicurezza si annoverano, da molti anni, le operazioni del movimento indipendentista attivo in Kashmir e le tensioni tra India e Pakistan per le comuni rivendicazioni sul controllo dell’intero territorio, fattori che sono stati strumentalizzati dai gruppi islamisti, i quali associano l’intera questione kashmira a un’agenda jihadista globale.

Nel 2019, su un totale di 1.786 eventi di terrorismo di diversa matrice (dato più basso da diversi decenni, in diminuzione di circa il 15% rispetto all’anno precedente), solo il 4% è stato attribuito a gruppi o individui di ideologia jihadista (se si esclude il Jammu & Kashmir, ove ha avuto luogo il 20% degli attacchi e quasi il 50% delle vittime totali). Attualmente, gli attacchi sono prevalentemente circoscritti ad aree relativamente “periferiche” della Federazione da un punto di vista economico e politico (oltre al Jammu & Kashmir, gli stati di Chhattisgarh, Jharkhand, Assam, Nagaland, Meghalaya, Arunachal Pradesh, Manipur, Tripura, Mizoram), e prendono di mira soprattutto forze di polizia e obiettivi governativi.

Distribuzione geografica degli attacchi registrati dal 1° gennaio 2019 al 20 dicembre 2020. Fonte: Jane's.
Distribuzione geografica degli attacchi registrati dal 1° gennaio 2019 al 20 dicembre 2020. Fonte: Jane's.
Fonte: South Asia Terrorism Portal
Fonte: South Asia Terrorism Portal
Fonte: South Asia Terrorism Portal
Fonte: South Asia Terrorism Portal

L’ultimo episodio di rilievo di matrice jihadista risale al 7 marzo 2017, quando dieci persone furono ferite a causa di alcune esplosioni, rivendicate dall’IS, presso la stazione ferroviaria di Shajapur (Madhya Pradesh), mentre l’attacco che ha provocato più vittime negli ultimi anni risale al 27 ottobre 2013, quando l’Indian Mujahideen condusse un attentato a Patna (Bihar), uccidendo sette civili.

Tuttavia, il contesto indiano ha vissuto già in passato fasi di improvvisa recrudescenza, specialmente a seguito di eventi di alto valore simbolico, quali la demolizione della moschea di Babri ad Ayodhya (Uttar Pradesh), nel 1992, e le rivolte di Godhra (Gujarat), nel 2002.

Oltre alla decennale problematica riguardante il Jammu & Kashmir e alle dinamiche dei rapporti indo-pakistani, ulteriori aspetti di rilievo nel contesto di sicurezza dell’India riguardano la presenza di folte comunità islamiche (l’India è il terzo stato al mondo per numero di musulmani, circa 200 milioni, i cui livelli di benessere socio-economico sono nella maggior parte dei casi molto bassi) e le politiche adottate negli ultimi anni dal partito nazionalista indù al potere (il Bharatiya Janata Party – BJP). Infatti, l’ideologia alla base del BJP, chiamata Hindutva e indirizzata a sostenere una visione dell’India come stato essenzialmente indù, unita a una percezione da parte della minoranza islamica di continue discriminazioni rendono l’ambiente indiano potenzialmente incline alla diffusione di idee riconducibili al fenomeno jihadista. Si considerino, a tale riguardo, i frequenti episodi di linciaggio di musulmani accusati di consumare carne bovina, così come la riduzione degli spazi pubblici per l’espressione delle minoranze; si tratta di eventi suscettibili di strumentalizzazioni da parte dei gruppi terroristi, in grado di spingere specialmente le frange più giovani della comunità musulmana a percepire tali organizzazioni come le uniche capaci di “vendicare” le ingiustizie subite.

Ciononostante, ad oltre cinque anni dalla creazione del califfato dell’IS e dall’annuncio da parte di al-Qaeda della nascita di una propria componente in Asia meridionale, al-Qaeda nel subcontinente indiano (al-Qaeda in the Indian Subcontinent – AQIS), la minaccia jihadista rimane latente, ad eccezione che nel Jammu & Kashmir.

A tale riguardo, si segnala, ad esempio, il ridotto numero di foreign fighters partiti dall’India per unirsi ai combattenti dell’IS in Siria, Iraq e Afghanistan: in totale, circa 200 (una cifra molto bassa se rapportata alla popolazione indiana e paragonata ai dati di altri Paesi asiatici). Non a caso, molti video di propaganda dell’IS e di AQIS lamentano la scarsa partecipazione di musulmani indiani.

La scarsa permeabilità dei musulmani indiani nei confronti della propaganda jihadista è in parte dovuta alla forte eterogeneità delle comunità islamiche indiane, le quali, nonostante la retorica dei movimenti indù radicali, sono in realtà molto diverse tra loro e divise in base a molteplici aspetti (difformità teologiche, specificità economiche, interessi di casta, disparità tra scuole di giurisprudenza, nonché lingue e contesti geografici distinti). Nella maggior parte dei casi, le comunità islamiche hanno pertanto proprie aspirazioni, soprattutto di tipo locale e lontane dalle istanze globali dei movimenti jihadisti transnazionali, i quali hanno avuto, al momento, largo seguito solamente in alcune ristrette componenti, in base soprattutto alla lingua utilizzata per veicolare i propri messaggi. Nei primi anni, i jihadisti utilizzavano prevalentemente l’urdu, ma attualmente IS e AQIS adottano infatti anche le lingue meridionali (malayalam e tamil) per raggiungere i propri scopi e il maggior numero possibile di musulmani. Quando l’IS rivendicò gli attacchi di Pasqua 2019 in Sri Lanka, oltre all’inglese e all’arabo, per la prima volta venne utilizzato anche il tamil.

Tuttavia, la possibilità di una nuova “ondata” jihadista collegata all’attuale situazione di disagio e presunta marginalizzazione percepita da ampi settori della comunità musulmana non può essere sottovalutata. In tal caso, il rischio di attacchi riguarderebbe principalmente luoghi ad alta frequentazione (centri commerciali, stazioni delle metropolitane, edifici governativi, hotel, bar e ristoranti), all’interno dei grandi centri urbani, simbolo del potere politico ed economico dell’India, come Delhi e Mumbai, ma anche altre importanti città del Paese (Bangalore, Kolkata, Chennai, Hyderabad).

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L’India come obiettivo dell’IS

La crescente propaganda dell’IS e i collegamenti con l’Afghanistan

Sebbene la minaccia jihadista appaia oggi efficacemente mitigata dalle misure predisposte dalle autorità, l’India rimane un obiettivo di rilievo per i gruppi islamisti transnazionali. Il fatto che l’IS non abbia attirato in maniera significativa i musulmani indiani spiega la crescente propaganda da parte del gruppo, che negli ultimi anni ha aumentato la propria attenzione nei confronti delle città indiane. A tal proposito si può citare il lancio nel febbraio 2020 da parte di due organi affiliati all’IS (Al-Qitaal Media Center e Junudul Khilafah al-Hind) di una rivista digitale in inglese interamente dedicata all’India, denominata “Voice of Hind” (Sawt-al-Hind). Diffusa tramite Telegram e il dark web, la pubblicazione è indirizzata ai musulmani indiani, i quali vengono incitati a ribellarsi contro il governo. Nella rivista essi sono invitati a continuare le proteste contro le nuove leggi sulla cittadinanza promulgate alla fine del 2019 e percepite da molte minoranze come discriminatorie, e a vendicare la demolizione della moschea di Babri ad Ayodhya, ponendo l’attenzione nei confronti dei 32 ex imputati legati alla galassia dell’induismo radicale, recentemente assolti dalle accuse di cospirazione criminale nella distruzione del sito religioso. Inoltre, “Voice of Hind” incita i musulmani a sfruttare l’occasione generata dalla pandemia di covid-19, descritta come una “punizione di Allah”, per attaccare la polizia e l’esercito impegnati a far rispettare le misure adottate dalle autorità per contenere la diffusione del virus. La rivista presenta allo stesso tempo diverse critiche nei confronti di al-Qaeda e dei Talebani e invita i musulmani di Pakistan, Kashmir, Bangladesh, Maldive, Sri Lanka e India ad unirsi all’IS.

Copertina del primo numero di Voice of Hind.
Copertina del primo numero di Voice of Hind.

Nella questione di Ayodhya, l’IS ha condannato non solo la destra indù, principale sostenitrice della distruzione della moschea e della costruzione del nuovo tempio di Ram, divinità indù, sul terreno ove sorgeva il sito religioso islamico, ma anche gli attori e i politici musulmani, così come i partiti di opposizione e l’idea di India come nazione laica. Al posto della moschea, il 5 agosto 2020, proprio un anno dopo la revoca dell’autonomia che era garantita al Jammu & Kashmir, le autorità indiane hanno avviato la costruzione del tempio dedicato a Ram. In tal caso non solo il BJP, ma anche l’opposizione laica, rappresentata dal Partito Nazionale del Congresso, ha condiviso la costruzione del sito indù, malgrado un incremento delle esistenti tensioni tra comunità maggioritaria induista e minoranza islamica.

Celebrazione religiosa con la presenza di Narendra Modi per l'avvio della costruzione del tempio di Ram ad Ayodhya (5 agosto 2020).
Celebrazione religiosa con la presenza di Narendra Modi per l'avvio della costruzione del tempio di Ram ad Ayodhya (5 agosto 2020).

Un aspetto rilevante emerso negli ultimi mesi è rappresentato dall’attivismo di musulmani indiani affiliati all’IS e operativi all’estero, come evidenziato nell’agosto 2020 dall’attacco condotto dall’Islamic State in Khorasan Province (ISKP), l’organizzazione collegata all’IS in Afghanistan, contro il carcere di Jalalabad (provincia di Nangarhar) e finalizzato alla liberazione di alcuni membri del gruppo detenuti nella struttura. In tal caso si è trattato di un’operazione che ha visto il coinvolgimento di 11 terroristi, tra i quali figuravano afghani, tagiki, pakistani ma anche tre indiani provenienti dalla cellula di Kasagord, località dello stato meridionale del Kerala, un territorio dal quale sono partiti diversi indiani per unirsi all’IS in Afghanistan. Nella prima parte dell’audio-messaggio rilasciato dal portavoce dell’ISKP, Sultan Aziz Azzam, per rivendicare l’attacco di Jalalabad la lingua utilizzata è stata l’urdu, un dettaglio che indica la volontà da parte del gruppo di attirare le comunità islamiche dell’India settentrionale, ove viene utilizzata tale lingua, e favorire la radicalizzazione dei territori e il reclutamento di nuovi combattenti. Inoltre, l’ISKP ha impiegato un militante indiano, anch’egli proveniente dal Kerala, per l’attacco sferrato contro il tempio sikh di Kabul nel marzo 2020, una scelta che evidenzia l’interesse a favorire una particolare connessione tra le attività dell’IS in Afghanistan e l’India.

Il Kashmir come obiettivo prioritario

Il 10 maggio 2019 l’IS ha annunciato ufficialmente la creazione di due province in Asia meridionale, in India (Wilayat al-Hind) e in Pakistan (Wilayat Pakistan). A circa un anno di distanza dalla fondazione, tra l’aprile e il giugno 2020, sarebbero aumentati i reclutamenti di combattenti nelle due province, accogliendo indiani provenienti da varie aree del Paese e i reduci dell’IKSP, fuggiti dall’Afghanistan dopo le sconfitte subite ad opera dei Talebani tra il 2019 e il 2020. Inoltre, in seguito a una politica maggiormente assertiva da parte dell’India in Jammu & Kashmir, risulta in crescita l’interesse da parte di Wilayat Pakistan e Wilayat al-Hind nei confronti dei combattimenti in tale regione, ove è già attivo lo Stato Islamico in Jammu & Kashmir (ISJK), e sarebbe stata avviata una collaborazione con Lashkar-e-Taiba (LeT), gruppo terrorista con basi in Pakistan e da decenni operativo in funzione anti-indiana, che avrebbe predisposto nuovi campi di addestramento per gli ultimi affiliati delle due province dell’IS, circa 150. Tuttavia, va sottolineato che negli scorsi anni vi sono stati tensioni e scontri tra i gruppi militanti attivi da anni nella regione in funzione anti-indiana, come LeT e Hizbul Mujahideen (HM) che prediligono una politica filo-pakistana indirizzata al totale controllo del Kashmir, e i militanti pro-IS, che aspirano a un’agenda transnazionale al di là degli interessi di Islamabad. Tale competizione potrebbe riproporsi in futuro e limitare l’azione dell’IS.

In aggiunta, mentre per la maggior parte dei kashmiri l’elemento principale della contesa rimane sostanzialmente una rivendicazione d’indipendenza dal potere centrale di Delhi, il conflitto è regolarmente descritto dai gruppi jihadisti come un’ulteriore esemplificazione dei soprusi subiti dai musulmani e va ad aggiungersi alle ingiustizie denunciate in altre aree a livello globale. Diverse organizzazioni politiche e della società civile in Kashmir continuano però ad osservare gli islamisti stranieri come un elemento in grado di complicare le proprie istanze contro Delhi, ma al tempo stesso le difficoltà registrate nell’ultimo anno tra Jammu & Kashmir e governo indiano, legate alla revoca dell’autonomia del territorio, potrebbero favorire una maggiore influenza dell’IS. Tuttavia, un elemento che complica i progetti del Wilayat al-Hind è la significativa presenza di forze di sicurezza indiane, circa 950.000 effettivi tra esercito, paramilitari e polizia.

I tentativi di espansione dell’IS in India

Assieme al Jammu & Kashmir, l’India meridionale rappresenta il principale bacino di reclutamento di combattenti che si sono uniti all’IS. Wilayat al-Hind intende esercitare un’influenza il più possibile “pan-indiana”, unendo varie sigle jihadiste che si rifanno all’IS in tutto il Paese. L’attenzione dell’intelligence è in larga misura concentrata sugli stati del Kerala e del Karnataka, ove un problema di rilievo è legato alla crescita delle istituzioni educative che promuovono insegnamenti estremisti. Tuttavia, secondo le autorità l’IS sarebbe attivo anche negli stati di Andhra Pradesh, Telangana, Maharashtra, Tamil Nadu, Bengala occidentale, Rajasthan, Bihar, Uttar Pradesh e Madhya Pradesh.

In base a un report pubblicato dalle Nazioni Unite nel luglio 2020, il XXVI rapporto del team per il supporto analitico e il monitoraggio delle sanzioni, gli stati del Kerala e del Karnataka sarebbero interessati da una significativa presenza di militanti dell’IS, tra i 150 e i 200 membri. Il governo indiano ha però smentito tali cifre, malgrado la National Investigation Agency (NIA), l’agenzia indiana per la lotta al terrorismo, abbia effettivamente individuato nel corso dei primi mesi del 2020 alcune cellule terroristiche con l’arresto di 17 militanti, sostenendo che a partire dalla fine del 2019 Wilayat al-Hind avrebbe pianificato l’organizzazione di una propria provincia nelle foreste degli stati di Karnataka, Tamil Nadu, Andhra Pradesh e Kerala, così come più a nord negli stati di Bengala occidentale, Gujarat e Maharashtra. Tali zone sarebbero infatti adatte per l’addestramento dei militanti e la possibilità che essi trovino rifugio in seguito agli attacchi, adottando dunque una strategia già messa in opera dai maoisti negli ultimi anni. Le aree identificate dalle forze di sicurezza si trovavano nei pressi della cittadina di Kolar e nel distretto di Kodagu in Karnataka, a Jambusar nel Gujarat, a Ratnagiri nel Mahatrashtra, a Chittoor in Andhra Pradesh e a Burdwan e Siliguri nel Bengala occidentale. Le cellule stavano pianificando l’assassinio di leader religiosi e politici indù, funzionari governativi e di polizia e il gruppo era guidato da Mehboob Pasha, basato a Bangalore (Karnataka), e Khaja Moideen di Cuddalore (Tamil Nadu).

In aggiunta a tali casi, nell’ottobre 2020 la NIA ha arrestato due sospetti membri dell’IS a Bangalore, coinvolti nella radicalizzazione di giovani musulmani e nel finanziamento di loro viaggi verso Siria e Iraq. Sempre nell’ottobre 2020 Sidhik Hul Aslam, uno dei fondatori di Ansar-ul-Khilafah, gruppo sorto nel 2016, affiliato all’IS e basato in Kerala, è stato arrestato a Delhi in relazione ad attacchi terroristici pianificati in Kerala e Tamil Nadu.

 

Operazioni anti-terrorismo compiute nel corso del 2020.. Fonte: Jane’s.
Operazioni anti-terrorismo compiute nel corso del 2020.. Fonte: Jane’s.

Ulteriori episodi recenti confermano come la minaccia jihadista non possa essere sottovalutata. Il 21 agosto, un presunto militante dell’IS è stato infatti arrestato a Delhi e secondo le autorità stava pianificando un attentato nella capitale. Durante l’arresto le forze di sicurezza hanno rinvenuto ordigni esplosivi improvvisati e un’arma da fuoco. Tale caso è stato seguito da altre operazioni della polizia indiana in due zone distinte del Paese, avvenute il 19 settembre con l’arresto di nove sospetti militanti di al-Qaeda negli stati del Bengala occidentale e del Kerala. I terroristi, secondo l’intelligence indiana, sarebbero stati in procinto di pianificare attacchi in varie parti del Paese, a Delhi e nei principali centri urbani. Inoltre, il 3 ottobre la polizia ha fermato quattro sospetti militanti nella capitale, confiscando pistole e munizioni. Secondo le autorità, anche in questo caso i terroristi posti in stato di fermo stavano pianificando attacchi nella capitale. L’ultimo episodio di rilievo risale al 16 novembre, quando due sospetti militanti del gruppo Jaish-e-Mohammed (JeM), operativo principalmente in Jammu & Kashmir, sono stati fermati nell’area di Kale Khan a Delhi, con la successiva confisca di armi e munizioni. In tale circostanza, le forze di sicurezza hanno sospettato un possibile attacco nella Regione della capitale nazionale, che comprende Delhi e le aree in prossimità degli stati di Haryana, Rajasthan e Uttar Pradesh.

Inoltre, nel corso dell’anno diversi media che sostengono Wilayat al-Hind hanno diffuso materiale di propaganda minacciando attacchi. Il mezzo d’informazione al-Burhan nel febbraio 2020 ha diramato un annuncio nel quale indicava come obiettivi la NIA, l’agenzia d’intelligence esterna (la Research and Analysis Wing – RAW) e l’organizzazione indù di estrema destra Rashtriya Swayamsevak Sangh (RSS). Più tardi, nel maggio 2020, al-Haqeeqah Media, organo d’informazione vicino a Wilayat al-Hind, ha minacciato attacchi contro la Corte Suprema e l’India Gate a Delhi, così come contro politici di alto livello, incluso il primo ministro Narendra Modi.

 

L’attivismo jihadista e i rischi connessi al contesto socio-economico indiano post-pandemia

Non è pertanto da escludere la possibilità di operazioni in tutto il territorio dell’India, principalmente attacchi dei cosiddetti “lupi solitari”, che potrebbero agire, ad esempio, in occasione delle manifestazioni di protesta che di frequente si verificano in India, oppure durante gli abituali scontri tra comunità religiose. L’IS, che utilizza la rete e i social media per diffondere la propria ideologia, ha pubblicato diversi video di propaganda e nel caso indiano ha incitato, come in altri contesti, ad attacchi con armi bianche (pugnali, coltelli), investimenti con veicoli e incendi dolosi, in quest’ultimo caso soprattutto durante le proteste o le rivolte.

Nel corso del 2020 nel Paese vi sono stati tre importanti episodi di scontri di tipo religioso (due a Delhi e uno a Bangalore). In seguito agli eventi avvenuti nella capitale nel febbraio 2020, la polizia ha arrestato una coppia affiliata all’IS, accusandola di aver istigato le proteste contro le leggi sulla cittadinanza da poco approvate dal Parlamento e di avere come obiettivo uccisioni di massa in luoghi affollati. Dopo gli scontri di Bangalore dell’agosto 2020, un individuo sospettato di essere legato a Wilayat al-Hind è stato fermato per un interrogatorio. In aggiunta, la NIA ha arrestato, sempre a Bangalore, un militante ritenuto associato all’ISKP e in collegamento con cellule operative a Delhi.

La crescita di una nuova generazione di jihadisti non può essere sottovalutata nel caso dell’India, soprattutto in seguito alla crisi economico-sociale in corso generata dall’adozione da parte delle autorità di drastiche misure per contenere la diffusione dei contagi da covid-19. In base ai dati resi noti dalla Banca Centrale Indiana (Reserve Bank of India – RBI) il Prodotto Interno Lordo (PIL) del Paese ha registrato una contrazione record tra aprile e giugno 2020 (- 23,9%), mentre tra luglio e settembre ha fatto segnare un – 7,5%. La situazione risulta in lieve miglioramento tra ottobre e dicembre, quando dovrebbe registrarsi un + 0,1%. Nelle analisi relative all’interno anno finanziario (in India termina il 31 marzo), l’RBI prevede una flessione del PIL pari al – 7,5%, ma secondo il Fondo Monetario Internazionale (FMI) la contrazione del PIL potrebbe essere ancora più significativa (- 10,3%).

Fonte: Fondo Monetario Internazionale
Fonte: Fondo Monetario Internazionale

Nonostante una parziale ripresa, gli investimenti privati ​​restano deboli e le esportazioni stanno recuperando in maniera non uniforme. La produzione industriale, i settori delle infrastrutture e delle costruzioni rimangono ben al di sotto dei livelli pre-pandemia. La domanda di acciaio, cemento ed elettricità, indicatore chiave di un’eventuale ripresa industriale, rimane bassa ed evidenzia la precarietà del contesto economico. 

Il peggioramento del quadro socio-economico potrebbe favorire, già nei prossimi mesi, una generalizzata crescita del malcontento nei confronti del governo, con una conseguente erosione dei consensi che hanno consentito la netta affermazione del BJP di Modi alle ultime elezioni generali del 2019. La crisi economica colpirebbe in maniera più significativa gli strati sociali economicamente svantaggiati, come le comunità musulmane. La pandemia, oltre a provocare danni economici e diffusa insoddisfazione, potrebbe, dunque, accelerare alcune dinamiche già presenti nel contesto indiano, come le tensioni sociali tra comunità maggioritaria indù e minoranza musulmana, strumentalizzabili da parte dell’IS.

Il rischio associato al rientro di migliaia di lavoratori dal Golfo a causa del covid-19

Le rimesse dall’estero rappresentano una fondamentale fonte di reddito per numerose famiglie indiane. La pandemia in corso e le conseguenti restrizioni adottate a livello internazionale stanno incidendo in modo significativo anche su questo indicatore: secondo le stime della Banca Mondiale, il valore delle rimesse potrebbe ridursi di circa il 23% in India (la comunità diasporica indiana contava, nel 2019, circa 17,5 milioni, secondo i dati del World Migration Report 2020 delle Nazioni Unite).

In particolare, la chiusura di molte attività economiche nei Paesi del Golfo avrebbe già costretto circa un milione di indiani a rientrare in patria, con la possibilità di un ulteriore aumento nei prossimi mesi. Secondo una stima pubblicata a maggio 2020 dall’Organizzazione Mondiale del Lavoro (ILO), nei Paesi del Golfo si sarebbero persi circa 6 milioni di posti di lavoro, la maggior parte dei quali occupati da migranti. Per quanto concerne il caso degli indiani, molto spesso è proprio tra le comunità della diaspora e di religione islamica nei Paesi del Golfo che si registrano fenomeni di radicalizzazione, dunque la situazione di forte disagio economico potrebbe contribuire ad accentuare tali dinamiche (sia nei Paesi ospitanti che sul territorio indiano).

Molti dei giovani lavoratori rientrati in patria provengono dal Kerala, territorio nel quale l’IS ha reclutato gran parte dei foreign fighters indiani e dove risulta progressivamente in crescita la propaganda jihadista.

Tale situazione, se non efficacemente gestita dalle autorità locali e nazionali, potrebbe alimentare un forte malcontento a livello locale, con il rischio di ripercussioni sul quadro di sicurezza dell’area del Kerala e del resto del Paese.

Outlook di breve e medio termine

Segnali che indicano un potenziale aumento della minaccia terroristica di matrice jihadista:

  • aumento delle operazioni antiterrorismo nei principali centri urbani;
  • crescente attività di propaganda jihadista (anche in lingua locale), prevalentemente rivolta alle comunità più svantaggiate del Paese;
  • incremento delle azioni da parte di indiani affiliati all’IS in Afghanistan, a dimostrazione della volontà da parte dell’organizzazione di rafforzare il link tra operazioni all’estero e subcontinente indiano.

 

Fenomeni suscettibili di aggravare il livello di minaccia:

  • peggioramento del quadro economico, con ripercussioni particolarmente gravi sulle comunità più svantaggiate;
  • ulteriore aumento della retorica nazionalista indù adottata dal governo, nel tentativo di recuperare consensi negli ambienti di tradizionale supporto;
  • rientro di centinaia di migliaia di indiani (molti dei quali di religione musulmana) dai Paesi del Golfo, a causa della crisi economica determinata dalla pandemia da Covid-19;
  • aumento delle tensioni diplomatiche con il Pakistan sulla questione del Jammu & Kashmir.
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