Kazakhstan: le proteste popolari e i rischi per la tenuta del sistema politico-istituzionale

La decisione del governo del Kazakhstan di sospendere le misure di controllo dei prezzi sul GPL ha portato allo scoppio di proteste in vari centri della Repubblica centrasiatica, dove il gas di petrolio liquefatto rappresenta un’alternativa popolare ed economica alla benzina. Le proteste si sono rapidamente diffuse dall’ovest – cuore dell’industria petrolifera kazaka – al resto del Paese, degenerando in scontri tra manifestanti e polizia e provocando le dimissioni del governo.

Inusuali nel Paese e illegali se non previo permesso da parte delle autorità, le proteste hanno coinvolto migliaia di persone a partire dal 2 gennaio, all’indomani della decisione governativa di sospendere le misure di price cap, ossia di controllo dei prezzi di beni e servizi forniti dalle public utilities.

Centro da cui le dimostrazioni hanno avuto origine è la cittadina di Zhanaozen, nella regione occidentale di Mangystau. Zhanaozen è un importante sito di produzione petrolifera e teatro, nel 2011, delle maggiori manifestazioni vissute dal Kazakhstan dopo la caduta dell’Unione Sovietica; allora, decine di lavoratori dell’industria petrolifera furono uccisi negli scontri con le forze dell’ordine scoppiati a seguito di un’imponente campagna di licenziamenti.

Le proteste del 2 gennaio hanno visto al centro la richiesta di dimezzare il prezzo del GPL dagli attuali 120 tenge (circa 0,27 dollari) a quello attuato fino allo scorso anno. I distributori hanno accettato la riduzione del prezzo di un quarto, mentre l’esecutivo guidato dal presidente Kassym-Jomart Tokayev ha spiegato l’impossibilità di ulteriori tagli a causa degli elevati costi di produzione.

Le spiegazioni delle autorità in merito all’incremento dei costi sono state differenti, spaziando dall’aumento della domanda al sospetto di un cartello tra le stazioni di servizio nella regione di Magystau finalizzato all’innalzamento del margine di guadagno dal 25 al 60%.

L’epicentro delle proteste si è in seguito spostato ad Atyrau, capoluogo del Mangystau e centro utilizzato per l’alloggio dei propri dipendenti dalle compagnie subappaltatrici della Tengizchevroil. Quest’ultima è la maggiore compagnia petrolifera della Repubblica centrasiatica ed è una joint venture che vede la partecipazione di Chevron, ExxonMobil, KazMunayGas e LukArco. La Tengizchevroil stessa ha comunicato che la produzione dei giacimenti non ha subito interruzioni a causa delle proteste.

Ulteriori manifestazioni si sono tenute ad Aktobe nel nord, Shymkent nel sud, Oral nell’Ovest, Almaty nel sud-est e nella capitale Nur-Sultan, nel nord-ovest. Oltre alle richieste di riduzione dei prezzi del GPL, i manifestanti hanno scandito anche slogan contro il governo, la corruzione diffusa, la disoccupazione e i salari troppo bassi.

ll 2 gennaio il presidente Toqaev ha annnunciato su Twitter che una commissione governativa ha cominciato a lavorare ad Aktau al fine di “trovare una soluzione accettabile per tutti (…) nell’interesse della stabilità del Paese”, aggiungendo che alle forze dell’ordine è stato affidato il compito di prevenire qualsivoglia violazione dell’ordine pubblico e ai manifestanti viene chiesta responsabilità e disponibilità al dialogo.

Le proteste non hanno tuttavia accennato a diminuire, aumentando anzi di intensità. Il 4 gennaio, il presidente Toqaev ha accettato le dimissioni del governo e deciso l’introduzione dello stato di emergenza con relativo coprifuoco nella capitale Nur-Sultan, nonché nella regione di Almaty e in quella occidentale di Magystau.

Il 5 gennaio, si è raggiunto l’apice della conflittualità ad Almaty, con l’assalto da parte dei manifestanti al municipio e alla residenza del presidente della Repubblica. Sarebbero oltre duecento i manifestanti arrestati durante gli scontri che hanno visto la polizia fare ampiamente ricorso a gas lacrimogeni e granate stordenti. Da segnalare che ad Aktay, uno degli hub petroliferi kazaki, le forze dell’ordine sarebbero passate dalla parte dei manifestanti.

In tale contesto, già il 4 gennaio, le autorità hanno decretato lo stato di emergenza fino al 19 gennaio per le regioni di Almaty, Mangystau e per la capitale Nur-Sultan, con conseguente coprifuoco notturno in vigore dalle 23.00 alle 07.00 e divieto di assembramenti e manifestazioni. Sono segnalati disagi e oscuramenti della rete internet e di applicazioni quali WhatsApp, Telegram, Facebook e Instagram; già in occasione di date particolarmente significative o eventi considerati a rischio per l’ordine pubblico (elezioni, date commemorative, ecc.) il governo ha agito in maniera simile sui mezzi di comunicazione.

Si segnalano, inoltre, ritardi e cancellazioni dei voli che hanno affetto l’aeroporto internazionale di Aktau (SCO) e l’aeroporto locale di Atyrau. Tali disagi al traffico aereo, sia locale sia internazionale, potrebbero riproporsi ed acuirsi qualora il quadro di sicurezza del Paese non si stabilizzi nel breve-medio periodo.

Le proteste con cui si è aperto il 2022 in Kazakhstan non sono un episodio isolato, collocandosi piuttosto nell’onda lunga della contestazione cominciata nel 2016 con le proteste contro una riforma sulla proprietà terriera. Nel 2018 il citato leader del DVK Ablyazov invitò la popolazione a scendere in piazza in occasione della visita in Kazakhstan da parte di una delegazione del Parlamento UE incaricata di verificare i progressi nel Paese sul fronte dei diritti umani. Nel 2019, la morte di cinque bambini in un incendio nella loro abitazione a Nur-Sultan mentre i genitori erano impegnati in un turno di notte ha catalizzato nuovamente il malcontento della popolazione in proteste non del tutto estranee alle dimissioni a sorpresa da parte dell’allora presidente Nursultan Nazarbayev. Il 2020 ha rappresentato una parentesi in cui l’emergenza pandemica ha permesso alle autorità maggior libertà d’azione per limitare le manifestazioni giustificandosi con cautele di carattere sanitario. Ciononostante, lo scorso maggio ha visto la luce una riforma della legge sulla libertà di manifestazione, la quale ha scalfito ben poco il preesistente potere decisionale delle autorità sulla concessione del diritto a manifestare solo a organizzazioni autorizzate. Nel 2021, infine, non sono mancati scioperi scatenati dall’aumento del costo della vita.

La stabilità del quadro politico-istituzionale è messa alla prova dalle proteste in corso. L’ex presidente Nazarbayev ha rappresentato finora la continuità tra periodo sovietico (fu segretario del partito comunista kazako dal 1989) e il Kazakistan indipendente. La sua mano è rimasta salda sul potere anche dopo la rinuncia alla guida dello Stato nel 2019 grazie al ruolo di presidente a vita del Consiglio di sicurezza nazionale. La fiducia di Nazarbayev nel suo successore Tokayev è stata ribadita lo scorso novembre, quando l’ex presidente ha espresso l’intenzione di cedere proprio a Tokayev anche la guida del partito Nur-Otan (detentore di 76 seggi su 107 nel Parlamento kazako). Ciononostante, sullo sfondo delle violente proteste popolari, il 5 gennaio Nazarbayev ha annunciato di rinunciare alla citata guida del Consiglio di sicurezza, facendovi subentrare il suo delfino Tokayev.

Sul versante delle relazioni internazionali, la posizione geografica rende il Kazakhstan inevitabilmente interessato a buoni rapporti tanto con la Russia che con la Cina. A legare la Repubblica centrasiatica a Mosca è tra l’altro la comune appartenenza all’ Organizzazione del trattato di sicurezza collettiva (CSTO) e all’Unione economica eurasiatica (UEE), nonché la continuità con il periodo sovietico nell’utilizzo da parte della Russia di importanti strutture militari e aerospaziali su territorio kazako, tra cui spicca il cosmodromo di Bajkonur. Mentre il ministero degli Esteri di Mosca si è limitato a esprimere “attenzione” per i disordini kazaki, i media vicini al governo non mancano di interpretare questi ultimi come frutto di manovre occidentali per aumentare la propria influenza nel cosiddetto “estero vicino” russo; a tal proposito, il vicepresidente della Duma russa ha ventilato una strumentalizzazione occidentale delle proteste kazake, richiamando alla memoria le vicende ucraine di piazza Majdan nel 2014. Appare tuttavia prematuro considerare l’eventualità di un intervento più incisivo di Mosca – eventualmente militare – in collegamento alle contestazioni kazake.

Quanto alla Cina, l’interesse di Pechino per il Kazakhstan è alimentato soprattutto da interessi economici come quelli rappresentati dalla direttrice terrestre della Belt and Road Initiative (BRI) e di cooperazione securitaria, alla luce della vicinanza tra la Repubblica centrasiatica e il territorio cinese a maggioranza musulmana dello Xinjiang, sede di movimenti indipendentisti di ispirazione islamica.

Sul piano economico, il Kazakhstan può contare sulle none riserve di petrolio al mondo, le quali nel 2020 hanno contribuito per il 21% al prodotto interno lordo e al 70% delle esportazioni. Un simile squilibrio rende la diversificazione dell’economia una questione urgente qui come in altri rentier states, fattasi particolarmente sentire nel 2020 quando la pandemia e il rallentamento dell’economia globale ha diminuito drasticamente la domanda di energia e quindi il costo del barile. Lo scorso anno ha visto una ripresa della crescita, pari al 3,9%, mentre per il 2022 il Fondo Monetario Internazionale prevede un’espansione del Pil pari al 3,2%.

Outlook

La capacità delle autorità di rispondere alle richieste di una popolazione diffusamente scontenta e attiva nelle proprie rivendicazioni è il presupposto alla sopravvivenza della classe politica attuale. Le proteste del gennaio 2022, infatti, non hanno fatto che rendere più impellente la questione della successione a Nazarbayev nel ruolo di reggente de facto delle sorti del Paese, un dossier già urgente vista l’età avanzata dell’ottantunenne ex presidente. Se una disputa interna alle élite politiche nazionali non si può escludere, il recente ritorno in Parlamento di Dariga Nazarbayeva (primogenita dell’ex capo di Stato e già presidente dello stesso Parlamento) fa emergere una possibile successione di carattere simil-ereditario.

Sulle prospettive economiche grava l’ipoteca della forte dipendenza dagli idrocarburi. I tentativi finora poco efficaci di diversificazione dell’economia intrapresi dal governo rendono il Paese ostaggio della volatilità dei prezzi di petrolio e gas. A pesare è anche l’andamento della campagna vaccinale, che finora ha interessato non più del 45,5 per cento della popolazione e la cui accelerazione permetterebbe un più rapido ritorno alla normalizzazione delle attività economiche. Al contempo, la contestazione anti-governativa in corso è suscettibile di incidere sul funzionamento di un sistema economico i cui gli attori interni principali rivestono al contempo ruoli chiave nel sistema politico.

Mentre la probabilità di conflitti interstatuali è molto bassa visto i buoni rapporti con i vicini (oltre a Cina e Russia, si ricorda che la firma della Convenzione sullo status legale del Mar Caspio nel 2018 riduce considerevolmente la minaccia di conflittualità con gli altri Stati litoranei), la minaccia terroristica derivante dalla radicalizzazione dei giovani è suscettibile di intensificarsi in assenza di un incremento del tasso di occupazione e della qualità della vita nelle fasce di popolazione più svantaggiate. Non trascurabile neppure il rischio di infiltrazioni jihadiste dalle Repubbliche centrasiatiche confinanti e dallo Xinjiang.

Le considerazioni precedenti giocano un ruolo centrale nella determinazione del rischio di disordini sociali. Le proteste scoppiate a Magystau negli scorsi giorni e diffusesi nel resto del Kazakhstan sono la più recente manifestazione dello scontento di una popolazione alle prese con stipendi bassi, inflazione galoppante, emergenza pandemica e ripercussioni negative sull’economia, sfiducia in istituzioni statali additate come corrotte e lontane dal popolo, forti limitazioni alla libertà di espressione pacifica. L’impossibilità di una loro risoluzione nel breve periodo e la loro conseguente persistenza nel medio rende quanto meno l’instabilità sociale della Repubblica centrasiatica destinata a perdurare nei prossimi anni, con picchi di contestazione antigovernativa possibili in concomitanza di fasi di particolare sofferenza economica come già accaduto in passato.

La tua iscrizione non può essere convalidata.
La tua iscrizione è avvenuta correttamente.

Iscriviti alla nostra Newsletter per rimanere sempre aggiornato sulle ultime novità del mondo della Security

Condividi questo articolo
Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Seguici
Ultimi articoli