Libia: quali prospettive dopo il rinvio delle elezioni presidenziali?

Il 22 dicembre 2021, a circa 48 ore dall’apertura dei seggi, la High National Electoral Commission (HNEC) ha dichiarato che, in ragione di impedimenti tecnici e delle condizioni di sicurezza e giudiziarie esistenti, le elezioni presidenziali libiche previste per il 24 dicembre sarebbero state posticipate a data da destinarsi.

Tale decisione è stata la conseguenza di una serie di criticità relative, in particolare, all’assenza di un quadro legale condiviso nel quale svolgere le elezioni e alle tensioni e incertezze generate dal processo di convalida delle candidature. L’articolo 43 della Legge n.1/2021 prevede che sia l’House of Representatives (HoR) a fissare una nuova data per le elezioni nei successivi 30 giorni.
In seguito alla decisione dell’HNEC, i vertici del Governo di Unità Nazionale (GUN), in particolare il Primo Ministro, Abdul Hamid Mohammed Dbeibah, così come il presidente dell’HoR, Aguila Saleh, hanno già ripreso le posizioni precedentemente ricoperte all’interno delle attuali istituzioni libiche. Dopo la cancellazione ufficiale delle elezioni, inoltre, è stato costituito un comitato di dieci membri con il compito di predisporre una tabella di marcia per poter organizzare elezioni a breve termine. Il rinvio, al momento sine die, delle presidenziali potrebbe comportare una rimodulazione delle tempistiche anche delle elezioni parlamentari, le quali, secondo le ultime decisioni in merito, si sarebbero dovute svolgere 52 giorni dopo il voto presidenziale del 24 dicembre.

Il mancato svolgimento dell’appuntamento elettorale ha alimentato timori che la Libia possa nuovamente scivolare in una situazione di crescente instabilità.
Il rinvio delle presidenziali potrebbe comportare, anche nel breve periodo, un aumento delle proteste in tutti i principali centri urbani del Paese. L’annuncio delle elezioni aveva infatti aumentato tra la popolazione libica le speranze circa il reale avvio di un processo di ricostruzione democratica e pacificazione. Manifestazioni si sono già svolte nei giorni successivi all’annuncio del rinvio in particolare a Sirte, Bengasi, Tripoli, Sebha, Derna e Tobruk. Le proteste di Tripoli sono state organizzate da un movimento giovanile, apparentemente in fase di strutturazione, che ha chiesto alle autorità di transizione di tenere le elezioni entro 60 giorni dalla precedente ipotesi, pena un’intensificazione delle manifestazioni, con il conseguente rischio di violenze.

Anche a Tobruk è stata rilasciata una dichiarazione firmata dal “Popolo di Tobruk” con la quale si è chiesto lo scioglimento di tutti gli organi politici esistenti, a eccezione del comitato incaricato di preparare le prossime elezioni. Le tensioni sociali stanno aumentando anche nella città di Misurata, soprattutto in ragione della compresenza di tre figure di spicco della vita politica libica candidatesi anche alle elezioni: Fathi Bashagha, ex ministro dell’Interno dell’ex Governo di Accordo Nazionale (GAN) guidato da Fayez al-Serraj, l’ex vice-presidente Ahmed Maitig, figura di rilievo soprattutto durante i negoziati per il cessate-il-fuoco e quelli per la ripresa della produzione petrolifera, e il primo ministro del GUN, Dbeibah. Almeno per il momento, nonostante appaia credibile la possibilità di assistere a un aumento dei fenomeni di piazza, difficilmente tali contestazioni potranno assumere la forma di movimenti strutturati in grado di operare trasversalmente rispetto alle singole entità comunali di riferimento.

Per quanto concerne gli sviluppi politici che seguiranno al rinvio delle elezioni, bisognerà prima di tutto valutarne gli effetti sulla tenuta del GUN. Le mancate elezioni potrebbero, infatti, aprire a una nuova crisi di legittimità, soprattutto se fomentata dagli avversari politici del Primo Ministro Dbeibah. Nonostante i vertici del GUN risultino già essere stati reinsediati dopo il comunicato del 22 dicembre dell’HNEC, fin dalle origini il loro mandato era inteso esclusivamente a condurre la Libia verso elezioni; pertanto, il rinvio delle presidenziali, evidenziando una presunta incapacità dell’esecutivo di svolgere pienamente il proprio ruolo, potrebbe favorire un’aperta e più dura contestazione del suo operato. La stessa candidatura di Dbeibah alle presidenziali, avvenuta in contrasto con gli impegni assunti a Ginevra, potrebbe costituire un ulteriore capo d’accusa simbolico contro il Primo Ministro, indebolendone ulteriormente la posizione politica. Il rinvio delle presidenziali è stato interpretato da molti attori libici come favorevole in particolare ad alcuni candidati, tra cui proprio Dbeibah, e pertanto potrebbe rafforzare la percezione all’interno di alcuni gruppi di potere libici che le autorità provvisorie stiano tentando di prolungare la loro presenza ai vertici del Paese oltre il mandato previsto nel piano di transizione libico. Potrebbe, dunque, assistersi al tentativo da parte di fazioni opposte a quella di Dbeibah di rovesciare il GUN, cercando di assumere la guida delle attuali istituzioni di transizione. In questo senso potrebbe già leggersi la notizia di un presunto incontro svoltosi a Bengasi a dicembre tra Bashagha, Maitig e il Generale della Cirenaica, Khalifa Haftar, il quale potrebbe fungere da preludio per un possibile accordo sistemico di spartizione del potere in funzione anti-Dbeibah. Sebbene finora non sembra essere stato raggiunto alcun accordo formale tra le parti, l’incontro è significativo poiché mostra un iniziale avvicinamento di almeno tre degli attori protagonisti dello scenario libico, favorito principalmente dalla comune opposizione nei confronti di Dbeibah, ma anche perché sottolinea una possibile convergenza di interessi, soprattutto commerciali, tra l’est libico e la città-Stato di Misurata. Una eventuale crescente instabilità degli attuali vertici di transizione, con una intensificazione della lotta di potere tra le varie componenti per eliminare dalla scena politica Dbeibah, risulterebbe particolarmente preoccupante se si considera che non è al momento chiaro se sarà realmente possibile presentare una nuova tabella di marcia per elezioni a breve termine. A prescindere da chi deterrà il comando dei vertici di transizione, dunque, la possibilità che tali organi, intesi al momento soltanto come provvisori, possano progressivamente assumere poteri definitivi, senza tuttavia ricevere l’avallo del voto popolare, non è del tutto da escludersi.

In un Paese in cui mancano istituzioni nazionali condivise, in grado di esercitare il monopolio legittimo della forza, i processi politico-istituzionali si legano inevitabilmente a quelli militari.
Lo stesso Haftar ha già minacciato nei mesi passati di essere pronto a lanciare una nuova offensiva contro Tripoli in caso di rinvio delle elezioni. Tale eventualità appare, tuttavia, subordinata, per il momento, al possibile tentativo di Haftar di seguire la strada diplomatica per il tramite, ad esempio, di un accordo con Bashagha e Maitig, oltre che, più in generale, alla garanzia di un eventuale supporto da parte di attori terzi in caso di nuova offensiva. Permane, inoltre, l’incognita derivante dalla presenza di una pletora di milizie di varia natura e tipologia, soprattutto nella regione della Tripolitania, che ha svolto anche in passato un ruolo centrale nella configurazione degli equilibri libici.

Figura 1. Livelli di attività militare nel mese di dicembre 2021 nelle singole macroregioni libiche

Figura 2. Incidenti su mappa registratesi in Tripolitania nel periodo 18 – 25 dicembre 2021

Figura 3. Livelli di attività militare per provincia nel periodo 18 – 25 dicembre 2021

Figura 4. Livelli di attività militare per provincia nel periodo 26 dicembre 2021 – 1 gennaio 2022

Sebbene al momento non appaia imminente una nuova offensiva militare, nelle passate settimane si è già assistito a una più marcata militarizzazione dell’area di Tripoli e a un costante riposizionamento di alcune milizie in funzione difensiva. Inoltre, una più marcata convergenza tra milizie e attori politici potrebbe progressivamente comportare un crescente pericolo di destabilizzazione militare del Paese.
Le tensioni militari sono emerse in misura crescente nel periodo antecedente la cancellazione delle elezioni, in ragione proprio della volontà di sostenere determinate posizioni politiche, sia a Misurata che a Tripoli (i livelli di attività militare hanno visto 82 incidenti segnalati nella settimana 18-25 dicembre 2021 rispetto ai 56 della settimana precedente in Tripolitania), dove si sono verificati alcuni episodi armati che hanno coinvolto soprattutto le fazioni che appoggiano da un lato Bashagha e dall’altro Dbeibah.

Figura 5. Andamento degli incidenti di varia tipologia registratisi nella regione delle Tripolitania nel periodo 9 gennaio 2021 – 1 gennaio 2022

Secondo le informazioni disponibili, la Stability Support Apparatus (SSA), un gruppo che raccoglie milizie costituitosi a Tripoli nel periodo del governo di al-Serraj e di cui fa parte anche la Brigata 777, comandata da Haythem Tajouri, così come la milizia di Misurata guidata da Saleh Badi e altri gruppi locali (quali, la Sicurezza Generale, la Brigata Nawasi, la Brigata Misratan Majoub e le Special Deterrence Forces – SDF), si sarebbero già schierate con Dbeibah. Se tale coalizione dovesse essere confermata, Dbeibah godrebbe a Tripoli di una posizione di relativa forza, tale da consentirgli di resistere, almeno per il momento, a eventuali tentativi di estrometterlo dal potere. Nell’ambito di questa coalizione a sostegno di Dbeibah, la posizione più rilevante è al momento occupata dalla milizia di Badi: secondo le informazioni disponibili, infatti, almeno dal 26 dicembre Badi avrebbe posizionato i suoi uomini presso l’Aeroporto Internazionale di Tripoli e lungo l’estremità meridionale della Airport Road. Sebbene lo scalo tripolino non sia operativo, rimane di strategica importanza in caso di ripresa di un’offensiva militare, come testa di ponte per poter prevenire, o al contrario condurre, attacchi contro la capitale: la stessa Airport Road è, poi, via essenziale per i rifornimenti e la logistica verso il teatro tripolino.

Sul fronte opposto sembrerebbero posizionarsi, invece, la 444 Combat Brigade, il 301rd Infantry Battalion, la Counter-Terrorism Force e la Brigata 111, nonché una serie di gruppi armati minori provenienti da diverse aree della Tripolitania; a questa coalizione informale è associata con ogni probabilità anche il misuratino 166 Battalion, alleato di Bashagha e che attualmente sta collaborando con il battaglione Tariq bin Ziyad, comandato informalmente dal figlio di Haftar, Saddam, con compiti di pattugliamento congiunto nella zona sud di al-Shwayrif.
Nonostante la fluidità del quadro politico-militare, il rischio di combattimenti estesi nell’area della Tripolitania tra le forze allineate con il GUN di Dbeibah e quelle riconducibili ad altre figure politiche libiche appare, al momento, piuttosto contenuto. Si assisterà, tuttavia, anche nel breve periodo a una costante e potenzialmente crescente mobilitazione di tutte le milizie, finalizzata a garantirsi il presidio di aree chiave in caso di recrudescenza dei combattimenti, con il conseguente rischio di scontri localizzati.

Nel breve termine, dunque, lo scenario più probabile è quello di una sostanziale stabilità sotto il profilo militare, come evidenziato dalla riduzione degli eventi registratasi nella settimana dal 26 dicembre 2021 al 1 gennaio 2022, quando si è assistito a soli 33 incidenti armati rispetto agli 82 della settimana precedente.

Figura 6. Incidenti su mappa registratesi in Tripolitania nel periodo 26 dicembre 2021 – 1 gennaio 2022

Progressivamente, però, complice anche l’incertezza che caratterizzerà eventuali negoziati politici, il quadro politico-militare potrebbe destabilizzarsi anche in maniera repentina, aprendo a uno scenario di rinnovata tensione armata tra le numerose fazioni militari che compongono il panorama libico, soprattutto nella macroregione della Tripolitania.

Sugli sviluppi politico-militari libici e sulla possibilità di raggiungere accordi di massima tra le varie fazioni incideranno, inevitabilmente, le future decisioni assunte dall’HoR rispetto alle elezioni: è estremamente improbabile, infatti, che le votazioni potranno svolgersi entro la fine di gennaio (come richiesto da più parti). Più verosimilmente, ma comunque al momento sempre improbabile, è uno scenario con elezioni nei prossimi 3-6 mesi. Del resto, anche qualora presidenziali e parlamentari dovessero realmente svolgersi nel corso del 2022, difficilmente porteranno a una reale stabilizzazione del Paese. Al contrario, specialmente se tenute in assenza di un pregresso accordo politico tra tutte le fazioni libiche e senza un quadro legale condiviso, le elezioni potrebbero favorire un aggravamento di tutte quelle dinamiche che sono state finora presentate e provocare un più repentino scivolamento dello scenario libico verso l’anarchia e la violenza militare.

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